Intervista a Renato Bison, Municipale di Bellinzona

Quale ritiene sia la sfida più complessa per Bellinzona nei prossimi anni?
«La sfida più difficile sarà crescere senza perdere l’anima. Bellinzona sta cambiando molto: nuovi progetti, nuovi quartieri, più movimento. Dovremo tenere insieme sviluppo economico, posti di lavoro e una mobilità migliore con la cura per i quartieri, le famiglie, gli anziani e chi fa più fatica. Crescere sì, ma restando una città a misura di persona. Lo dico anche da padre di due figli cresciuti qui: so quanto contano scuole, spazi sicuri e servizi vicini alle famiglie».

Bellinzona è attenta allo sviluppo urbano e alla qualità di vita nei quartieri… concorda?
«Sì, concordo: passi avanti ce ne sono stati. In questi anni si è lavorato su scuole, servizi alle famiglie, spazi pubblici e trasporti. Ma non basta. Il mio obiettivo è che nessun quartiere si senta “di serie B”: tutti devono avere buoni servizi, luoghi di incontro, sicurezza e cura dello spazio pubblico. Questo richiede una pianificazione seria, ascolto dei cittadini e una manutenzione quotidiana, non solo grandi progetti».

Quanto conta oggi il ruolo del Comune nel creare appartenenza, soprattutto per le nuove generazioni?
«Conta moltissimo. Il Comune è spesso il primo volto dello Stato che una ragazza o un ragazzo incontra: la scuola, il campetto, il parco giochi, il centro giovani, una festa di quartiere. Se questi luoghi sono vivi, accoglienti e ben curati, i giovani sentono che la città è anche casa loro. Così nasce il senso di appartenenza e di comunità. Come genitore ho visto i miei figli crescere in questi contesti e so quanto una buona scuola comunale e un quartiere vivo possano segnare positivamente una vita».

I giovani sono spesso descritti come disinteressati alla politica. Cosa ha imparato, invece, ascoltandoli?
«Ho imparato che i giovani non sono disinteressati, sono esigenti. Non vogliono discorsi vuoti o troppo tecnici. Parlano di ambiente, formazione, trasporti pubblici, affitti, spazi per stare insieme. Se li si ascolta davvero e li si coinvolge in progetti concreti, partecipano. Il problema non sono loro: è il modo in cui spesso la politica comunica e si presenta».

In che modo Bellinzona può diventare una città dove i giovani restano o tornano dopo gli studi?
«Per restare o tornare servono buone opportunità di formazione, lavoro qualificato e ben retribuito, e una città viva, interessante, non “addormentata”. Io stesso sono partito, ho studiato e lavorato dieci anni a Zurigo, poi sono rientrato e ho creato uno studio d’ingegneria che ha generato posti di lavoro. So cosa vuol dire rischiare, investire e costruire qualcosa per il territorio. Bellinzona deve permettere a tanti giovani di fare lo stesso: studiare, partire se serve e poi tornare trovando spazio per le loro idee. Come Comune dobbiamo offrire condizioni concrete, non solo belle parole».

Qual è il suo sogno personale per Bellinzona?
«Il mio sogno è una Bellinzona che cresce ma resta umana e solidale. Una città capitale, aperta e moderna, che investe in innovazione e cultura, ma che non lascia indietro nessuno. Vorrei una Bellinzona dove i bambini stanno bene a scuola e nei quartieri, i giovani trovano ascolto e spazio, gli anziani non si sentono soli e dove ci si saluta ancora per strada. Porto la mia esperienza di padre, professionista e municipale: non parlo per teoria, ma perché ho vissuto queste sfide sulla mia pelle e so che l’esperienza, soprattutto in un esecutivo, fa la differenza».